domenica 7 gennaio 2018

Paolo Malaguti, “Sul Grappa dopo la vittoria” ed. 2009

                                                          Casa Nostra. Qui Italia
           prima guerra mondiale
           romanzo di formazione
           il libro dimenticato

Paolo Malaguti, “Sul Grappa dopo la vittoria”
Ed. Santi Quaranta, pagg. 162, Euro 13,00

    Il Grappa non è una montagna. Meglio, non è soltanto una montagna. Al di là della retorica del ‘monte sacro alla Patria’, il Grappa è la nostra memoria collettiva, è un gigantesco tumulo mortuario, è guerra e sofferenza, coraggio e disperazione, altruismo e, sì, anche atti di umana vigliaccheria. Furono tre le grandi battaglie combattute sul Grappa, tra il novembre 1917, dopo la disfatta di Caporetto, e l’ottobre dell’anno seguente- 12.615 i morti italiani, è il numero di quelli che hanno trovato eterno riposo nel Sacrario militare costruito negli anni ‘30. Di questi, 2.283 non sono stati identificati. Non c’è bisogno di spiegare il perché.

    “Primavera 1919. Si trattava di salire in Grappa, all’alba.” Non ha ancora compiuto undici anni il ragazzino protagonista e voce narrante di “Sul Grappa dopo la vittoria” di Paolo Malaguti. Non sale per un allegro pic nic, all’alba, poi. Lui e il padre andranno sul Grappa per fare quello che tutti fanno, in paese- per raccogliere quello che si può, ferro, rame, quello che è rimasto abbandonato lassù dall’esercito per poi venderlo. Se si trovassero anche delle scatolette di cibo, tanto meglio in tempi così difficili, a pochi mesi dalla fine della guerra. E la famiglia del ragazzo è fortunata, ci sono ancora tutti, il padre è tornato, magro, incupito, silenzioso, ma vivo. Il ragazzo è orgoglioso di aiutare, aveva guardato la guerra con gli occhi di un bambino, come qualcosa di eccitante a cui avrebbe voluto partecipare, finché, un giorno, aveva visto un corpo tranciato a metà da una granata. Era stato il suo primo sguardo sulla morte. Traumatico, ma niente al confronto di quello che lo aspetta sul Grappa. Perché suo padre, ad un certo punto, si era fermato e lo aveva mandato avanti da solo.
Anni dopo, quando il ragazzo faceva già il ginnasio (il primo a studiare in una famiglia di contadini) e avrebbe voluto sapere, il padre gli aveva detto, “dea guera no te digo gnent. Gnent. A ghe xe stata…no ghe xe stat gnent. Gò fat robe brute, brute”, e lui, il figlio, non aveva avuto bisogno di altre parole. Ricordava il miasma infernale che gli era venuto incontro mentre saliva in quella primavera del 1919. Ricordava i corpi o i miseri resti. Perché era stato un lungo, difficile e doloroso lavoro di risanazione, quello dell’esercito sul Grappa dopo la vittoria. Una vittoria costata una carneficina.
    Ogni volta che leggiamo un romanzo di formazione (‘forse tutti i romanzi sono, in qualche misura, dei romanzi di formazione’, mi ha detto di recente uno scrittore) ricordiamo che la tappa fondamentale di una crescita, la svolta nella vita che fa diventare grandi, è l’incontro con la morte. Il giovane narratore del romanzo di Malaguti non incontra semplicemente la morte, non passa accanto alla morte, ci piomba in mezzo. E non è la morte serena di chi termina l’esistenza nel proprio letto, è ben peggio anche della morte di chi, purtroppo, è irriconoscibile dopo lunga malattia. E’ una morte contro natura, è la morte inflitta da armi da fuoco, da granate che hanno straziato i corpi, è il dopo-morte dell’abbandono dei cadaveri a cielo aperto in attesa di bestie e uccelli che completino lo sfacelo. E’ sconvolgente. Adesso il ragazzo capisce suo padre che tace. Adesso c’è bisogno di andare avanti, di mettersi la guerra alle spalle. Il ragazzo proseguirà gli studi, frequenterà le scuole superiori a Bassano, un’inevitabile senso di estraneità lo separerà dal padre. Ci saranno gite in bicicletta con l’amico Guido e poi- altra grande tappa nei romanzi di crescita- la scoperta dell’amore.

    Romanzo d’esordio di Paolo Malaguti, “Sul Grappa dopo la vittoria” anticipa alcuni temi  di “Prima dell’alba” (pubblicato lo scorso settembre), soprattutto rivela l’interesse dello scrittore per una guerra di cento anni fa di cui non si è ancora detto tutto.
 Lo sguardo del ragazzino sulla guerra è quello di un’infanzia che finisce bruscamente e c’è una sorta di pietas innocente negli occhi del protagonista che sale sul Grappa, un chiedere scusa ai morti, un inspiegabile senso di colpa collettivo per tutto quello che è accaduto.
E’ un libro da leggere e da far leggere nelle scuole, ai ragazzi che giocano alla guerra.


la recensione di "Prima dell'alba" di Paolo Malaguti è il post del 21/11/2017
      

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