mercoledì 17 gennaio 2018

Anthony Trollope, “Potete perdonarla?” ed. 2017

                                     Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
      romanzo 'romanzo'
      FRESCO DI LETTURA


Anthony Trollope, “Potete perdonarla?”
Ed. Sellerio, trad. Rossella Cazzullo, pagg. 1052, Euro 20,00


     “Potete perdonarla?”- è la domanda che ci viene fatta più di una volta dall’autore del romanzo, voce gentile che si intromette nella narrativa e che ci accompagna con i suoi commenti- neutri, di parte, ironici, sempre garbati- lungo tutto il romanzo. Lui, l’autore onnisciente che conosce i suoi personaggi meglio di noi, è sempre lì, al loro fianco. Sa che cosa accadrà, li vede agire, li interpreta per noi e, se li giudica, lascia però che siamo noi a trarre le conclusioni, a decidere se George Vavasor sia un farabutto imbroglione, se Burgo Fitzgerald abbia qualche pregio oltre la sua indubbia bellezza.
   Potete perdonarla? La domanda è riferita a Alice Vavasor, signorina imparentata con le migliori famiglie britanniche, di un’età al limite prima di essere definita ‘zitella’, una bellezza non appariscente e, soprattutto, un gran desiderio di indipendenza, di essere lei a decidere della sua vita. Lo può fare perché ha una rendita propria e non da poco che, d’altra parte, attira i corteggiatori come insetti sul miele.
Alice e Glencora nella serie televisiva
E’ stata fidanzata con il cugino George, un tipo poco affidabile che di certo mirava (anche) al suo denaro, tanto più che ambiva entrare in politica e procurarsi un seggio in parlamento. All’inizio del libro Alice è fidanzata con John Grey, l’opposto di George. Di John Grey ci si può fidare (non a caso il suo cognome è il colore grigio e sappiamo bene quanto adeguatamente nomi e cognomi vengano scelti nei romanzi inglesi), è pacato, saggio, prevedibile, senza grandi entusiasmi. John Grey vive in una località nel Cambridgeshire, e ci sta benissimo. E’ questa la vita che si prospetta ad Alice? Dopo un viaggio in Svizzera con la cugina e il fratello di lei (il suo ex fidanzato George), anche se nulla in apparenza è successo, Alice rompe anche questo secondo fidanzamento (potete perdonarla?) tra la disapprovazione di tutti e le promesse di imperituro amore di Mr. John Grey.
   
Un libro di 1050 pagine non si può riassumere e non è neppure mio compito farlo. Posso dire che la trama di “Potete perdonarla?” (primo di un ciclo di sei romanzi) segue le vicende di Alice Vavasor, del cugino George, di John Grey e di una miriade di altri personaggi del bel mondo inglese (quello che possiede case a Londra e ricche magioni in campagna, che si dedica alla caccia, che ha uno stile di vita che richiede almeno due cambi d’abito al giorno per le signore) fra cui spicca un’altra giovane donna, Lady Glencora (molti la chiamano Cora, attenzione al nome), irruente e appassionata, che è la controparte di Alice, con una storia simile alla sua, di un amore soffocato per un matrimonio di convenzione e di desiderio di ribellione.
Come nei romanzi di Jane Austen, il tema principale è il matrimonio. No, il tema principale è il reddito annuo da cui tutto dipende. Chi non ha soldi e non lavora perché è ancora il tempo in cui è impensabile lavorare per un gentiluomo o una gentildonna, deve sposarsi ‘bene’. Per questo George corteggia Alice, per questo l’insignificante Charlotte sposa il ricco possidente Cheesacre. Al contrario, avendo già sposato (e seppellito) un uomo vecchio e ricco Mrs. Greenow può sposare il bel capitano che è uno spiantato ed è ben felice di prendersi una vedova, così come Alice può permettersi di tentennare fra un uomo e un altro e lasciarsi dominare dai sensi di colpa (potete perdonarla?).
    Trollope è un grande romanziere. Meno noto di Dickens (di cui non ha né la giocosità né la lacrimosità) e di Thackeray (di cui non ha la satira feroce), Trollope tesse grandi arazzi con storie d’amore (anche nell’800 prevalevano le donne lettrici) e di giochi politici (in questo ciclo), è straordinario nella sua capacità di raffigurare personaggi che mette a fuoco punto dopo punto, con delicatezza e simpatia. Trollope fa ‘crescere’ i suoi personaggi attraverso le esperienze di vita e le sue donne anticipano quelle di Thomas Hardy- scalpitano nelle strettoie del loro secolo, reclamano (senza saperlo) indipendenza dal giogo maschile, dal matrimonio prima di tutto.
   Leggetelo, non lasciatevi spaventare dalla mole del libro.



     

martedì 16 gennaio 2018

Murakami Haruki, “1Q84- Libro 3” ed. 2012

                                                   Voci da mondi diversi. Asia
          love story
          il libro ritrovato
Murakami Haruki, “1Q84- Libro 3
Ed. Einaudi, trad. Giorgio Amitrano, pagg.395, Euro 18,50


   Era impossibile non aspettare con la curiosità e l’ansia tipiche del lettore il terzo libro- stesso titolo dei due precedenti pubblicati in un unico volume, “1Q84”- di Murakami Haruki. Perché, alla fine dell’altro, il protagonista Tengo diceva, “Ti troverò, Aomame”. E il lettore si era chiesto- ci riuscirà? Si incontreranno i due innamorati che non si sono ancora confessati il loro amore? In che mondo si incontreranno, nel 1984 o nella ramificazione di questo, il 1Q84? Per chi non ne fosse ancora a conoscenza, ricordiamo che la lettera Q del titolo si spiega in due modi- Q come question mark, punto di domanda, e 9 perché la pronuncia della lettera dell’alfabeto suona uguale, in giapponese, al numero.
       Murakami prosegue la storia dei due protagonisti con la stessa tecnica narrativa, alternando i capitoli in cui seguiamo le vicende di Aomame con quelli in cui è Tengo ad essere al centro della scena. Si aggiungono, in più, quelli dedicati ad un terzo personaggio, Ushigawa, un singolare investigatore privato assunto dalla setta Sakigake perché scopra dove si nasconde Aomame, la donna che ha avuto l’ardire di uccidere il loro capo. Mentre l’azione nei precedenti due libri di “1Q84” era concitata, ricca di suspense, varia e intrigante con i Little People che uscivano dal libro de “La crisalide d’aria” per entrare nella vita di Aomame e Tengo, in questo romanzo, che copre i mesi autunnali da ottobre a dicembre, è quasi del tutto statica, almeno per quello che riguarda la vita dei due ex compagni di scuola che hanno pensato l’uno all’altra senza mai incontrarsi per vent’anni.
Aomame vive chiusa in casa: non si è più mossa dal piccolo appartamento da cui ha visto Tengo seduto sullo scivolo del parco giochi per bambini che è davanti al suo balcone, e non ha intenzione di muoversi da lì finché non avrà rivisto Tengo e gli avrà parlato. Tengo si reca nella piccola città dove suo padre è ricoverato in una casa di cura- va ogni giorno a trovarlo e gli legge ad alta voce anche se  questi non pare sentire o capire qualcosa. L’azione è riservata ai capitoli che vedono in scena Ushigawa, un uomo molto intelligente e intuitivo e anche molto solo a causa di una bruttezza che lo rende quasi deforme. Sembra che i personaggi stiano rincorrendosi su una pista a circuito chiuso, c’è chi rincorre e chi è rincorso, chi cerca e chi è ricercato. Aomame cerca Tengo e Tengo cerca Aomame, Aomame è ricercata dalla setta Sakigake che, per fortuna, di Tengo non sa altro che è il ghost writer de “La crisalide d’aria”, Ushigawa è quello che ha capito che troverà Aomame se seguirà le tracce di Tengo, è sicuro che lui lo porterà a lei. Ma Ushigawa non sa che, avvicinandosi troppo ad Aomame, dovrà temere non più soltanto il Sakigake (se la prenderanno con lui se non trova la ragazza) ma anche l’anziana signora che aveva ordinato l’omicidio del capo religioso e che protegge Aomame.


      Sempre sul filo sottile tra realtà e immaginario, tra possibile e impossibile, il racconto di Murakami chiede veramente un atto di fede al lettore, di rinunciare alla parte razionale del suo intelletto. Perché nella notte di tempesta in cui era successo tutto nel libro precedente, è successo anche qualcosa di molto, molto strano ad Aomame. Tengo- quando la rivedrà (perché sì, riescono ad incontrarsi)- le crede subito, il lettore resta scettico. Devo confessare di essere rimasta delusa da questo tanto atteso romanzo che conclude la vicenda dei due amanti. E’ un po’ come leggere la parte finale di un mystery, dove si tirano tutte le fila e si offrono le soluzioni ma non resta quasi nulla delle tematiche (perfino troppe, a dire il vero) che l’autore aveva sollevato- il fanatismo religioso, la violenza sulle donne, l’etica dello scrittore, il concetto di giustizia e di riparazione.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


domenica 14 gennaio 2018

Elizabeth Jane Howard, “Tutto cambia: la saga dei Cazalet. 5” ed. 2017

                               Voci da mondi diversi: Gran Bretagna e Irlanda
               saga
           FRESCO DI LETTURA

Elizabeth Jane Howard, “Tutto cambia: la saga dei  Cazalet. 5
Ed. Fazi, trad. M. Francescon, pagg. 610, Euro 17,00


    E’ uscito da qualche mese, “Tutto cambia”, quinto e ultimo volume della saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard, e io lo leggo in ritardo, forse perché inconsciamente so che, una volta letto, dovrò dire addio ai Cazalet e archiviarli nel ricordo.
     Sono gli anni ‘50. La morte della Duchessa sembra mettere in moto una serie di cambiamenti, di piccole catastrofi nella vita dei Cazalet. La Duchessa ha vissuto il suo tempo ed è quello che sta sgocciolando verso la fine. Il tempo delle classi sociali, della servitù, del cambio di abiti per l’ora di cena, dello spendere a profusione senza chiedersi da dove vengano i soldi, senza neppure sapere che cosa sia un budget. I tre fratelli Cazalet, Hugo (rimasto vedovo ma felicemente risposato), il donnaiolo Edward (ha divorziato da Villy e ha sposato l’amante Diana da cui ha già avuto dei figli), l’artista Rupert (ha ritrovato piena armonia coniugale con Zoe dopo la lunga assenza durante la guerra), non sono certamente all’altezza del padre nella gestione dell’azienda importatrice e venditrice di legno. Hugo è troppo conservatore e non vuole sentir parlare di modifiche, Edward è troppo preso da problemi di famiglia, Rupert ha la testa nelle nuvole e Teddy, figlio di Edward, è distratto dalle donne ed incompetente. Si arriva alla bancarotta, con reazioni diverse dai vari membri della famiglia.

   I bambini del primo libro, “Gli anni della leggerezza”, sono ormai tutti grandi, Louise ha divorziato e ha una relazione con un uomo sposato, Polly e Clara si confrontano con la realtà di dover conciliare le  ambizioni personali e i problemi di gestire la famiglia. La dolce Rachel, sempre al servizio di tutti, resta sola senza il conforto dell’amica Sid, proprio ora che, con la morte della Duchessa, sarebbe stata più libera. E in più dovrà lasciare Home Place, inghiottita nel baratro dei debiti dell’azienda.
    Facciamo un poco di fatica a riprendere il filo del racconto. Si sono aggiunti nuovi personaggi, altri bambini sono nati a Polly e a Clary e a Hugh, acquistano maggior risalto membri della famiglia che erano stati trascurati- Roland, il figlio più giovane di Edward e Villy che ha sofferto per il divorzio dei genitori, Simon che scopre di essere gay, Neville che si innamora della sorellastra. Elizabeth Jane Howard è sempre straordinariamente brava nel far vivere i suoi personaggi sulla carta, nel costruire gli ambienti davanti ai nostri occhi, nel trasmetterci le atmosfere, le correnti di affetti, gelosie, scoramenti, dolore. E tuttavia avvertiamo anche una certa stanchezza nel tono narrativo, oppure, più semplicemente, siamo stanchi di leggere dell’ordinaria vita degli straordinari Cazalet, manca la tensione dei primi volumi, quando, con Clary, eravamo in ansia per Rupert, Edward si destreggiava tra moglie e amante (tutto cambia e cambia anche Diana che, da focosa amante, si trasforma in una volgare arpia che non si rassegna all’impoverimento del marito), Hugh soffriva nel vedere la moglie spegnersi tra i dolori e Rachel nascondeva a tutti il suo amore per Sid. Si è affievolita la nostra curiosità.

    Il libro che era iniziato con una morte termina con un’altra morte, se così si può dire, quella di Home Place, la casa amata da tutti, il centro della vita famigliare, il cuore dei ricordi. I Cazalet si riuniscono tutti per l’ultima volta a Home Place per festeggiare il Natale e ognuno di loro sceglie qualcosa da portarsi via, un frammento di un passato che non esiste più. La casa, rimasta spoglia, è la più bella metafora per il cambiamento dei tempi, per il girare della ruota della fortuna.

   Dopo quasi 3000 pagine, diciamo addio ai Cazalet. Di certo nessun altro scrittore ha saputo tenere avvinti i lettori così a lungo ad una storia di famiglia. E aspettiamo di dare un volto ai personaggi che abbiamo amato con la nuova serie televisiva, dopo quella del 2001.


Murakami Haruki, “1Q84” ed. 2011

                                                      Voci da mondi diversi. Asia
 love story
il libro ritrovato

Murakami Haruki, “1Q84”
Ed. Einaudi, trad. Giorgio Amitrano, pagg. 718, Euro 20,00

  Si è già parlato tanto, al momento in cui ne scrivo, dell’ultimo romanzo di Murakami Haruki e mi pare impossibile riuscire a dire qualcosa di nuovo o di diverso. Ci proverò, perché, dopotutto, non esiste ‘un’ romanzo che tutti leggono ed è uguale per tutti. ‘Quel’ romanzo è in realtà tanti romanzi diversi quanti sono i suoi lettori- e ciò è più che mai valido per un libro sfaccettato come quello dello scrittore giapponese.
    Iniziamo dal titolo stuzzicante, quasi ci ponesse esso stesso una domanda sul suo significato, giocando sul fatto di contenere già, dentro di sé, la domanda. “1Q84”, in cui la lettera Q sta per question mark, punto interrogativo. Le vicende dei due protagonisti, Aomame e Tengo, si svolgono in realtà nel 1984 (è chiaro il riferimento al mitico “1984” di Orwell). Un attimo: si svolgono realmente nel 1984? Oppure nel 1Q84 che non è affatto un anno parallelo in un mondo parallelo, ma una ramificazione del 1984 che non esiste più? Ad un certo punto, all’inizio, Aomame, chiusa in un taxi bloccato in un ingorgo di traffico sulla tangenziale di Tokyo, aveva chiesto al tassista di farla scendere ed aveva utilizzato una scala di emergenza che lo stesso autista le aveva indicato: ecco, era là che era avvenuto per lei una sorta di scambio di binario che l’aveva trasportata nella nuova dimensione temporale caratterizzata da due lune nel cielo. Che lei aveva notato, mentre i più neppure se ne accorgono, continuando a vivere in quello che ‘pensano’ sia il 1984.

    Anche le due storie di Aomame e Tengo sembrano scorrere parallele, proprio come i due anni. Poi ci accorgiamo, però, che non è così. Sembrano non avere nulla in comune e poi succede, invece, come nei vasi comunicanti, che stranamente schegge di una storia scivolano dentro l’altra, la seconda luna verde entra anche nella visuale di Tengo, la Sinfonietta di Janáček- che veniva trasmessa alla radio sul taxi di Aomame- scorre come una colonna sonora lungo tutto il libro. E i Little People fanno capolino nella vita di Tengo, e poi in quella di Aomame, ma, prima di tutto, nel romanzo dentro il romanzo, “La crisalide d’aria”.
Riprendiamo da capo, cercando di fare uno schema, di introdurre i personaggi per lasciarvi poi scoprire la profondità delle loro storie. Aomame è sulla trentina, il fisico asciutto da istruttrice in un circolo sportivo. E’ single e, per le sue avventure sessuali, predilige uomini non giovani e un po’ calvi. Ha un’altra attività segreta: uccide su commissione. Usa una tecnica personale che non lascia traccia. Per più di un aspetto ci fa pensare alla mitica Lisbeth Salander di Stieg Larsson, questa androgina Aomame che toglie di mezzo gli uomini che odiano le donne- quelli che usano violenza contro mogli e amiche, o che stuprano le bambine. L’ultimo incarico che riceve è di spingere ad altra vita il carismatico capo di una setta religiosa…

     Pure Tengo è sulla trentina. Insegna matematica, scrive ma senza grande successo. Finché riceve l’incarico di riscrivere il libro di una giovanissima esordiente, “La crisalide d’aria”, che ha buone possibilità di vincere un premio letterario se solo fosse scritto in forma migliore. Un libro affascinante nella sua stranezza, sospeso tra realtà e irrealtà. Tuttavia l’autrice asserisce che è tutto reale, anche i Little People che appaiono nel libro. Chi è, da dove viene, perché non sta più con i genitori la diciassettenne Fukaeri che ammette di aver dettato il libro ad un’amica perché dislessica? E perché deve scomparire dopo il successo ottenuto dalla pubblicazione del suo libro? L’atmosfera si carica di pericolo, è come se cumuli di elettricità si addensassero su Tokyo per scaricarsi poi in un fortissimo temporale: i Little People sono padroni anche degli elementi atmosferici?
Di certo sembrano forzare una convergenza delle linee parallele delle vite di Aomame e di Tengo, perché “1Q84” è, tra le tante altre cose e forse prima di tutto, una straordinaria storia di un amore romantico, per quanto strano possa apparire, e anche, semplicemente, un libro che parla di amore in tante forme, pure di stravolgimenti d’amore, di vittime di un mal inteso amore. Un libro sottilmente inquietante, molto bello, che termina con la risoluzione di Tengo, “Troverò Aomame”.
Attendiamo il seguito per sapere se ci riuscirà, e in quale mondo e in quale tempo.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net





sabato 13 gennaio 2018

Elizabeth Strout, “Mi chiamo Lucy Barton” ed. 2016

                                        Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
   il libro dimenticato


Elizabeth Strout, “Mi chiamo Lucy Barton”
Ed. Einaudi, trad. S. Basso, pagg. 158, Euro 14,88


     Bello l’inizio. La voce sembra quasi sognante, la realtà non è affatto da sogno: “Ci fu un tempo, e sono ormai molti anni fa, quando sono dovuta restare per quasi nove settimane in ospedale” (la traduzione è la mia, può non coincidere con quella dell’edizione italiana del libro di Elizabeth Strout). Un’altra immagine molto bella subito dopo: “di notte, direttamente dal mio letto si scorgeva una vista del Chrysler Building, con la brillantezza geometrica delle sue luci. Di giorno la bellezza dell’edificio diminuiva e diventava a poco a poco soltanto un’altra grande struttura contro il cielo blu, e tutti gli edifici della città sembravano remoti, silenziosi, lontani.”
      Una donna immobile in un letto d’ospedale. Il tempo scandito dalle luci che si accendono di notte sul grattacielo Chrysler conferendogli un’atmosfera magica. Il silenzio della città dietro i vetri. L’invidia verso le persone che, di giorno, affollano il marciapiede, giù in basso. La speranza di mescolarsi a loro, presto. La nostalgia per le sue due bambine. E poi, inaspettata, arriva la madre di Lucy che è la voce narrante che abbiamo sentito. Non si vedevano né sentivano da anni. E’ stato il marito di Lucy a telefonarle per chiederle di venire. La madre, che non si era mai mossa dalla cittadina rurale nell’Illinois dove Lucy è cresciuta, ha preso un aereo per la prima volta nella sua vita e poi un taxi per la prima volta nella sua vita, per sedersi vicino al letto della figlia. Non accetterà mai di sdraiarsi, dormirà a tratti, seduta, vigile, nelle cinque notti a New York. E parlano, lei e Lucy. E Lucy ricorda il passato.

    La madre racconta (poco) del fratello che dorme accanto ai maiali che devono essere macellati e che continua a leggere libri per bambini. Racconta (tanto) di donne che un tempo Lucy conosceva. Di chi abbiano sposato, di che cosa ne sia stato di loro, di come i loro matrimoni siano finiti. Perché questa sembra essere la costante di tutte queste storie che sembrano pettegolezzi, oppure sono come un messaggio cifrato- la felicità coniugale non esiste.
   Lucy ricorda. La povertà, la miseria incredibile, le frasi dei compagni di scuola, “la tua famiglia puzza”, il freddo del garage in cui abitavano, il furgone in cui lei, Lucy, veniva chiusa (avrà avuto quattro anni) quando i genitori andavano al lavoro. Lei urlava- questo ricorda- e piangeva fino ad addormentarsi spossata, finché suo padre tornava e la faceva uscire. A scuola si fermava oltre l’orario di lezione. Perché stava al caldo. E leggeva tutti libri che trovava. Era bravissima, a scuola.

    Con una straordinaria economia di linguaggio, Elizabeth Strout ci racconta di un legame tra madre e figlia- una madre anafettiva che, però, è pur sempre una madre, e una figlia che, soltanto allontanandosi dalla famiglia, è riuscita a diventare qualcuno seguendo la sua strada con tenacia e forza di volontà. Madre e figlia non parlano tra di loro a cuore aperto, lo fanno parlando di altro e di altre persone. Quanti segreti restano non detti. Forse l’amore che le lega è come le luci del Chrysler Building circondato dalle ombre della notte- tornata nell’Illinois la madre spedisce alla figlia una cartolina con il Chrysler Building. E le cose non dette, i ricordi non tirati fuori a prendere aria, sono quelli più dolorosi- Lucy non è neppure in grado di parlare con la psicologa di qualcosa che deve farle molto male, ne scrive su un foglietto che le consegna, quasi di nascosto.
   Come è successo per le donne di cui parlava la madre in ospedale, anche il matrimonio di Lucy non finirà bene. Le sue figlie gliene vorranno- è un modello che si ripete, quello dei contrasti tra genitori e figli?

E se il libro iniziava nel presente con la vista di New York dall’alto, termina nel passato che non si può accantonare, con la vista sognata del sole autunnale che tramonta sulla campagna intorno alla fattoria nell’Illinois, con la luce che indugia prima del buio. “Come se l’anima potesse essere in pace in quei momenti. Tutta la vita mi stupisce”. E noi pensiamo alla madre che aveva chiesto, “Come fate a vivere senza il cielo?”. 


giovedì 11 gennaio 2018

Haruki Murakami, “La ragazza dello Sputnik” ed. 2002

                          Voci da mondi diversi. Asia

                                                             cento sfumature di giallo

        il libro ritrovato

Haruki Murakami, “La ragazza dello Sputnik”

Ed. Einaudi, pagg. 236, Euro 14,46


 C'è quasi sempre un io narrante, nei romanzi di Haruki Murakami, uno dei più grandi scrittori giapponesi moderni. In genere è un ragazzo giovane che ha studiato. In genere lo seguiamo in giro per Tokyo, mentre si siede in un bar a bere vino rosso e a fumare. In genere è innamorato, o ha conosciuto una ragazza enigmatica. Che poi scompare. E c’è sempre un sottofondo musicale. E la storia ad un certo punto ha una svolta che mescola sogno e realtà e disorienta un poco. Nelle prime 70 pagine de “La ragazza dello Sputnik” c’è un triangolo amoroso: il ragazzo, che fa l’insegnante perché – come già il protagonista de “L’uccello che girava le viti del mondo” – rifiuta la competizione della società giapponese, ama una sua coetanea, Sumire. Sumire legge Kerouac, ascolta Brahms e Beethoven, vorrebbe fare la scrittrice, non ricambia il suo amore e parla con lui di Myu, una donna che ha diciassette anni più di lei e di cui lei è innamorata

    Nella seconda parte del libro Sumire è andata in Europa per lavoro con Myu e, mentre sono insieme in un’isola greca, scompare. A questo punto la storia procede attraverso due dischetti di computer che contengono il diario di Sumire. C’è il racconto di sogni, di un fatto accaduto 14 anni prima e che ha imbiancato in una sola notte i capelli di Myu e di quando Sumire ha dichiarato alla donna il suo amore: quali indizi si possono raccogliere sulla scomparsa della sua amica? Il ragazzo sa soltanto che si sente improvvisamente molto solo, che sono scomparsi dei colori dal mondo, che è come trovarsi in un paesaggio lunare su cui si è stati abbandonati da un’astronave svanita nello spazio. Una malinconia che è un’altra caratteristica essenziale dei libri di Murakami, una sensazione di vuoto, un’ansia esistenziale che segue una riflessione sulla fugacità della vita: “allungando le mani, riusciamo a prenderci la quantità di tempo che ci è assegnata, e poi la guardiamo mentre indietreggia alle nostre spalle”. Non sappiamo che cosa è successo a Sumire. Una telefonata dice al ragazzo che è tornata. Non sappiamo se si rincontrano, se lei è passata al di là dello specchio, verso l’altra parte di sé che ha intravisto in sogno, in una dimensione della realtà che Myu ha sperimentato.
    Lo stile terso di Murakami fa pensare alle delicate stampe giapponesi, quelle fatte con un pennello sottilissimo e che lasciano indovinare un mondo suggestivo e nascosto dietro l’ apparente semplicità dell’immagine.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net









martedì 9 gennaio 2018

Eva Wanjek, “Lizzie” ed. 2017

                                                                     vento del Nord
                                                                     painting fiction
      biografia romanzata
      FRESCO DI LETTURA

Eva Wanjek, “Lizzie”
Ed. Neri Pozza, trad. Stefano Musilli, pagg. 489, Euro 18,00

    Citiamo i Preraffaelliti e, prima ancora dei nomi dei pittori che facevano parte di questa confraternita fondata a metà del secolo ‘800 in Inghilterra, ci vengono in mente le donne rappresentate nei loro quadri. O forse dovremmo dire ‘la donna’, perché, si chiamassero Lizzie, Annie, Fanny, si assomigliavano tutte, oppure erano tutte trasformate dagli occhi dei pittori in un unico ideale di donna, sensuale e angelica, una fiammeggiante chioma rossa come aureola, carnagione diafana, zigomi alti e labbra sensuali. Unica eccezione, Jane dai folti capelli scuri. Unico modello: Elizabeth Eleanor Siddall, la musa, l’amante, la moglie di Dante Gabriel Rossetti, il fondatore e capo della confraternita.
     “Lizzie”, il romanzo di Eva Wanjek (pseudonimo di Martin Michael Driessen, regista, traduttore e scrittore olandese, e di Liesbeth Lagemaat, poetessa, giornalista e attrice, pure lei olandese), ci racconta la vita di Elizabeth Siddall, figlia di un arrotino, vista per strada dal pittore Walter Deverell che la seguì fino alla sartoria dove lavorava. Elizabeth iniziò a posare per tutti i pittori della confraternita, si ammalò anche dopo aver posato, per lunghe ore, giorno dopo giorno, sdraiata nell’acqua in una vasca per l’Ophelia di John Millais, e divenne poi ‘esclusiva’ di Dante Gabriel Rossetti, poeta e pittore.
Nel romanzo la voce di Elizabeth si alterna alla narrativa in terza persona- sullo sfondo dell’epoca vittoriana fiorisce la storia di un amore nato dal fascino dell’una e dell’altro, dalla bellezza straordinaria di lei e dalla genialità di lui. Un amore, però, che diventa ben presto ossessione, minato dalla salute fragile di lei e dalla dipendenza dal laudano che entrambi svilupparono.
    Non è mai chiaro, nel romanzo, perché Lizzie fosse così delicata e magra, se il suo fosse un caso di quella che oggi riconosceremmo per anoressia.
Si parla molto, nel libro, di quanto bevano e pochissimo di che cosa mangino, si cita spesso una bottiglietta di soluzione Fowler che Lizzie ingurgita di nascosto (a suo dire, ravviva l’incarnato) e per cui viene rimproverata dalla sorella di Dante- è un veleno in piccole dosi-, e, inoltrandoci nella lettura, aumentano le gocce di laudano che Dante e Lizzie si versano nei bicchieri. Dapprima era per dormire meglio, poi non era mai sufficiente, poi non potevano farne più a meno prima di passare all’oppio che Dante si procurava andando al porto ad aspettare la nave dalla Cina. E comunque, in una situazione simile, la gravidanza di Lizzie non poteva andare a buon fine. La tragedia incombe su di loro, era in attesa fin dai giorni in cui Lizzie era al mare, a Hastings, per rimettersi in salute, fin da quando era stata finalmente fissata la data del matrimonio che Dante aveva continuato a rimandare. L’intero periodo finale del loro amore è una tragedia che culmina nella morte di Lizzie per probabile suicidio.
     Le pagine in cui è Lizzie che parla sono eteree, rivelano la poetessa che si nasconde in lei, prima di diventare disconnesse, come se stesse farfugliando sotto effetto della droga. L’amore diventa odio sotto i colpi della gelosia (e ha ragione di essere gelosa), Lizzie non vive più nella realtà, pare non vivere affatto, persa in un suo mondo in cui la bambina che nascerà è già un angelo.
E corriamo il rischio di annoiarci leggendo queste pagine, a tratti ripetitive. Più brillante è invece l’altra narrativa, ricca di dettagli ambientali e di personaggi che sono i pittori a noi noti, dominata dalla figura di Dante Gabriel Rossetti, un uomo non sempre gradevole e non sempre coerente- tutto l’amore imperituro per Lizzie non gli impedì di far riesumare la salma per riappropriarsi del libricino di poesie a lei dedicate che aveva fatto sigillare nella bara insieme al suo corpo. Questa disparità di tono- di certo voluta dai due autori ma forse troppo accentuata- non giova alla lettura del libro che offre ugualmente, tuttavia, un bel quadro di un ambiente e le storie di retroscena di dipinti famosi.